mercoledì 30 luglio 2008

La redazione partendo dagli editori...

Rosa Colucci direttore responsabile:

Rosa Colucci nasce a Locorotondo il 24 dicembre 1978. Archeologa, specializzata nel periodo classico e medievale, ha condotto varie campagne di scavo in Toscana, Puglia e Lazio, fino al 2004, quando da Siena si trasferisce a Taranto. Giornalista, ha collaborato con varie testate giornalistiche fra le quali il quotidiano “Taranto Sera” e il quindicinale “La Voce del Popolo”. Attualmente vive a Martina Franca, dove è co-editore e direttore responsabile del settimanale “Extra”.




Redazione:

Vittorio Bilardi, Vanessa Carone, Paolo Carrieri, Rosa Cecere, Giuliana Colucci, Angela De Florio, Ezio Falco, Michele Fasano, Matteo Gentile, Michele Lillo, Massimiliano Martucci, Dalila Micaglio, Alessandra Neglia, Jacopo Pesce, Massimo Prontera, Roberto Romano, Gianluca Sciannameo, Marco Sebastio, Valeria Semeraro, Cataldo Zappulla, Francesco Zerruso.

martedì 29 luglio 2008

“Inquieto mi aggiro entro me stesso cercando l’uscita”


La prigione dell’uomo e l’alchimia del simbolo. Il Surrealismo di Giuseppe Bosich in una mostra a Palazzo Ducale di Martina Franca e in un evento esclusivo nel chiostro di San Michele a Taranto

Emblematico, mistico, surreale. L’Arte di Giuseppe Bosich è un insieme pragmatico di sofferte passioni e di lucida, visionaria, intuizione mistica. Le figure antropomorfe che prendono vita nei suoi dipinti, e che continuano inevitabilmente a vivere nell’inconscio dell’osservatore anche tempo dopo averne preso visone, ognuna delle quali cosciente di essere parte inscindibile di un “tutto unico” (proiezione microcosmica di una realtà macrocosmica interiore che l’artista ha saputo discernere e, di volta in volta, esprimere in tutta l’originalità della sua tecnica), sono come messaggeri ironicamente malinconici che, con un unico dinamico gesto o espressione, sintetizzano un vasto insieme di significati, simbolici e iniziatici, frutto di una conoscenza e saggezza acquisite lungo un faticoso percorso di esperienze, di vita e spirituali, che lo hanno condotto a un irrefrenabile bisogno di studio dei più reconditi segreti che l’animo umano possa celare o esprimere.
Il vernissage avrà come location esclusiva il chiostro del Conservatorio “G. Paisiello”, in via Duomo a Taranto, con inizio alle ore 21: un evento suggestivo che vedrà le performance del maestro Paolo Palazzo al pianoforte e dell’artista Giovanni Guarino, che reciterà un monologo tratto dalla “Fiaba del serpente verde” di Goethe.
L’esperienza del tuo percorso spirituale pervade la tue opere di un elevato contenuto simbolico ed esoterico, difficilmente accessibile agli occhi del profano tanto che, chi osserva, non può non restare affascinato tanto dall’aspetto stilistico surreale della tua tecnica quanto dal significato intrinseco di ogni singola figura. Ti consideri più in filosofo o un artista per ciò che esprimi?
«Ritengo di essere un pensatore che si esprime per immagini. Sicuramente, la propensione all’utilizzo, in chiave espressiva e comunicativa, del mezzo artistico visivo, dichiara un’attitudine e forse dei talenti che ho facilmente liberato dalla loro potenzialità, dedicando molto tempo fin da giovanissimo. Mia nonna Francesca – che mi ha allevato in quanto orfano di sua figlia Lucia – mi osservava da bambino, intento durante il giorno a riempire fogli e quaderni con disegni e colori fuori da ogni schema;
spesso mi contestava i temi e i modi espressivi definendo le mie immagini: MOSTRI. Per ricordarla, molti anni dopo la sua scomparsa, organizzai a Seregno, negli anni meneghini, a Lei dedicata, la “Mostra dei mostri”.
Il percorso spirituale e quello umano hanno maturato nella mia coscienza molte esperienze che, per occhi attenti, affiorano dalla stratificazione dei molti livelli di significanza contenuti nelle opere. Questo procedere nella vita ricercando le soluzioni alle “problematiche esistenziali di sempre”, ha sicuramente colorato e contaminato fra loro i vari ambiti di interesse e anche nei risultati artistici si possono osservare queste influenze sin dalle opere primordiali, fino a quelle più recenti.»
Le tue prime produzioni pittoriche, grafiche e scultoree sono caratterizzate da una denuncia spudorata e forse anche un po’ provocatoria, dell’uomo e della società di massa attuale, della totale impotenza, irrazionalità, ipocrisia ma anche masochismo propri dell’uomo nel fare del male al proprio prossimo e, di rimando, a se stesso, mentre le più recenti, con il loro accentuato simbolismo iniziatico, inducono a pensare a una trasformazione, o forse meglio dire a un raggiungimento di uno stato di coscienza più lucido, più cosciente dell’artista e dell’uomo Bosich. Come si è evoluto, durante la tua lunga carriera di pittore, il tuo percorso di ricerca interiore?
«La premessa della domanda propone essa stessa la risposta, che ritengo condivisibile. Effettivamente le prime opere appaiono graffianti e provocatorie e interpretavano il mio disappunto per la “condizione umana” che vedevo come una”prigione”, un limite; sensazione che in seguito ho confermato sintetizzandola in una espressione poetica: “inquieto mi aggiro entro me stesso cercando l’uscita”. Più che il “sociale” – comunque argomentato nel primo ciclo di opere, ove l’essere antropomorfo veniva incorporato e innestato in oggetti semplici: sedie, carriole, ruote, utensili, (rimane l’incertezza interpretativa: è l’uomo che si è oggettificato o è l’oggetto che è stato umanizzato?) – si possono considerare gli aspetti visionari, immaginari, fantastici, surreali che, nella successiva fase esoterica, accolgono l’implicazione simbolica espressa da un alfabeto iconico personale, un idioletto, distillatosi nel tempo, che apre orizzonti di lettura più pertinenti gli ambiti tradizionali, gnostico-ermetico-kabbalistici nei filoni massonici e rosicruciani.

Rispondendo all’inciso della domanda, posso testimoniare di aver finora percorso un cammino (ancora in atto) non privo di difficoltà, che mi ha condotto fin qui, avendo maturato una maggiore consapevolezza che ha sostenuto l’azione alchemica di trasformare la teoria in operatività reale.»
L’impronta surrealista delinea i caratteri stilistici visionari e onirici tipici dei soggetti delle tue opere, tuttavia molti critici e osservatori hanno visto in te echi di altri movimenti artistici di grande rilievo, in particolare del secolo passato. Ma molti rivedono anche, in diverse tue opere, l’influenza di Goya, Bosch, Andrè Masson, Brueghel, ascendenze simboliste, espressioniste, alcuni ti hanno persino definito pittore naïf, altri un primitivo. Quali manifestazioni artistiche e culturali hanno avuto su di te un ascendente di maggior rilievo nella tua formazione di artista?
«Quando mi sono affacciato alla vita muovendo i secondi passi in un contesto socio/culturale molto particolare – quello della Gallura del dopoguerra, quale mezzosangue sardo/istriano - i miei pochi riferimenti erano le tradizioni contadine del luogo, la vita di paese e i sogni di viaggi lontani sollecitati dal trampolino/atlante che sfogliavo fin dalle elementari.
Tutto ciò che ho espresso è autonomo e indipendente; quando poi, in età matura, ho potuto confrontarmi con altre realtà, sicuramente ho apprezzato i Fiamminghi, i Surrealisti… in particolare Alberto Savinio.
Che il mio prodotto artistico possa essere comparato è possibile, ma non riferito. Infatti, nella mia fase isolata e incontaminata, non sono possibili rifermenti a: “padri”. Lo affermo risolutamente. Semplicemente sono nato così, col bagaglio composito che ha prodotto le mie invenzioni e intuizioni, scavate nella mia propria miniera interiore dove ho attinto le immagini, tratto le emozioni, distillato i pensieri. Ho avuto la fortuna di un’infanzia e una pubertà verginali, protetto da una sana ignoranza, inconsapevole dell’esistenza di qualsivoglia movimento artistico o autore. Certo, la numerosa compagine di critici che si sono di me occupati, ha ipotizzato collegamenti eccellenti che mi onorano, ma ogni nesso è escluso sul piano storico temporale, mentre potrebbe essere praticata l’ipotesi di previssuti microcosmici che possono essersi trasferiti nella memoria karmica e che influiscono nella mia attuale esistenza.»
La tua travagliata ricerca spirituale, scopo principale della tua vita, ti ha portato a vivere momenti di estrema inquietudine interiore, frutto di “un’arrovellata e originalissima meditazione sulla condizione umana”, come ha notato Mario Pepe, alla ricerca di un’eternità e di un assoluto non limitato all’arco della vita carnale e alle ristrettezze del mondo spazio-temporale. Ritieni oggi di aver raggiunto l’agognato traguardo oggetto della tuo percorso interiore?
«La mia ricerca è sempre in atto, ma posso definire questa fase più che col termine “cercatore” con quello “trovatore”. E’ una fase che necessita di una coscienza trasmutata, dilatata alla comprensione e al discernimento e che può trasformare, col dominio di sè e la perseveranza, con l’atto concreto, con un’azione operativa reale, il “bagaglio” che contiene ciò che siamo stati, fondendolo attraverso l’Athanor alchemico purificante, col Fuoco Eterico, per arrivare al compimento trasfigurante e poter affermare, con la parola ritrovata, col piombo della scrittura trasformato in oro, nell’oralità vivente: “Consummatum est”.»
Durante il tuo tirocinio esoterico, molti sono stati i trascorsi all’interno di scuole filosofiche e società iniziatiche che hanno lasciato in te una traccia visibile di queste esperienze nella vasta produzione delle opere di tema massonico, alchemico e ermetico. Come vivi oggi il tuo cammino verso la conoscenza alla luce della vasta esperienza maturata in passato?
«Il mio inizio fu negli anni ’70 a Milano nel Tempio Massonico di Piazza del Gesù in Via Foscolo, posta tra la Galleria e il Duomo, per il tramite di Luigi Dalla Vigna, pittore. Fui recipiendario insieme all’amico di sempre e artista, Roberto Floris. Per questioni di unificazione col G.O.I., dopo qualche settimana fu necessario demolire quel tempio esteriore, “pietra dopo pietra”. Per lunghi anni sono stato attivo nella sede G.O.I. di Corso di Porta Nuova e poi in Sardegna, a Oristano. In quel contesto ho conosciuto i vari Fratelli che mi hanno introdotto negli ambiti rituali massonici e anche nell’Ordine Martinista oltre che in altri ambiti tradizionali e iniziatici. In tutti ho partecipato attivamente sino al 1991 quando sono approdato nel Lectorium Rosicrucianum. Ogni ambito mi ha arricchito delle esperienze delle quali avevo bisogno. Ho considerato questo lungo viaggio scandito da alterne fortune, come un percorso, per me imprescindibile, un deambulacro verso la Verità che mi ha portato, finalmente, alla Rosacroce.
Il primo amore non si scorda mai. Nel mio caso, la Massoneria; è contenutistica di tutti i depositi iniziatici necessari che, ovviamente, devono essere praticati operativamente e NON virtualmente. Mi propongo, a breve, di fare uno studio comparato fra Massoneria e Rosacroce, decifrando, confrontando e collegando questi insegnamenti.»
Prima di dedicarti unicamente al mestiere di artista e pittore, hai militato in gioventù nel corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza in varie città d’Italia per poi tornare in Sardegna con la divisa dei Baschi Blu, abbandonata in seguito per via delle tue aspirazioni artistiche ma anche per il bisogno interiore incombente dell’anelito del cuore a una pratica di vita esente dall’obbedienza a gerarchie umane. Che ricordo hai oggi di quegli anni e quale influenza hanno avuto sul tuo trascorso di vita?
«Nel Corpo delle Guardie di P.S. mi sono arruolato nel ’63 dopo aver abbandonato gli studi. Alla fine, davanti a un drappello di amici plaudenti, platealmente avevo fatto a brandelli l’ultima pagella poco lusinghiera e poco dopo, dietro le decise sollecitazioni di mio zio materno, Salvatore, avevo accettato questa soluzione lavorativa, arruolandomi. Ho vissuto più vite parallele senza troppi scompensi. L’essere un poliziotto non mi ha condizionato l’attività artistica né la ricerca spirituale. Già nel ’63 a Trieste, mia prima sede lavorativa, avevo partecipato a un concorso pittorico. Le mie due opere ottennero il primo premio “ex- aequo”. La Giuria era all’oscuro che fossero dello stesso autore. Nel ’67 fui trasferito per punizione, da Bologna, dov’ero guardia del corpo del Cardinale Giacomo Lercaro, in Sardegna fra i “Baschi Blu”. Per me fu un premio. Poco dopo, nel ’70, partecipai al corso per Esperto in falsi di opere d’arte, organizzato dalla P.S. nel quadro delle azione per la Tutela del patrimonio Artistico Nazionale. Fui il primo classificato. Ricevetti in dono un orologio Zenith d’oro e fui inviato a Milano dove mi introdussi nell’ambiente artistico. Dopo qualche anno divenni massone. Sono sempre riuscito a conciliare la mia appartenenza alle forze dell’ordine con l’essere artista, maturando il massimo grado per me possibile di Ispettore Capo. Ho svolto questo lavoro con serietà e impegno, ma anche con spirito di Corpo. Questa appartenenza mi ha riservato molte opportunità ed esperienze. Certo, forse sarò parso un poliziotto atipico, poco convenzionale. Potrei elencare molti aneddoti relativi a vicende curiose, insolite, qualche volta un po’ surreali, ma tutte nei parametri delle regole, sempre fatte salve.»
Enzo Rossi-Ròiss disse che “Bosich demolisce le idee di famiglia, patria, religione, armonia bellezza, amore, piacere. Non ha nulla da spartire con i piccoli risparmiatori dello spirito, con la ricerca erudita, la speculazione pura”. Di quali valori morali e spirituali si fanno oggi portatrici le tue opere? E il loro significato è diretto più all’attenzione della società moderna nel suo insieme o alla sensibilità e all’intuizione del singolo?
«Enzo Rossi-Ròiss, poeta e critico d’arte è stato il mio scopritore nel ’65. Ha organizzato la mia prima mostra personale nel ’67 a Reggio Emilia. Dato che ero giovanissimo mi proibì, per motivi di poca rappresentatività, di palesarmi come autore, per cui ho vissuto questa prima esposizione come spettatore. Il testo di Rossi-Ròiss è una parafrasi dei manifesti del surrealismo e si riferiva alle prime opere, decisamente irriverenti e graffianti; quindi più che giustificato, direi pertinente. All’epoca “urlavano” il mio disappunto; oggi le mie opere appaiono più “sussurrate”, ma il messaggio non è meno intenso. Anche l’orientamento è mutato sensibilmente; la centralità dell’uomo è sempre attuale, ma nella visione dualistica maturata nella ricerca verso l’interiore, la condizione umana è ora distinta nelle due nature ove la prima, quella originale, è il vero “fine” e la seconda, pur necessaria, assolve le funzioni di “mezzo”. Nella prima visione ero certamente schierato contro l’alienazione e la massificazione (dell’uomo naturale). Anche oggi, ma con motivazioni diverse. L’alienazione e la massificazione va superata con la “non lotta”, per preparare la personalità ad accettare il mandato di “strumento temporaneo” che deve operare al servizio dell’Uomo interiore che è eterno, sebbene decaduto. Questa è la basa di coscienza necessaria per poter realizzare la Grande Opera, la vera Alchimia.»La mostra di Bosich, organizzata dall’Associazione “Extramœnia” con il patrocinio della Provincia di Taranto e del Comune di Martina Franca, ha anche una connotazione benefica: infatti parte del ricavato delle vendite durante l’evento tarantino del 12 luglio sarà destinato a finanziare l’attività dell’AVO, Associazione Volontari Ospedalieri di Taranto, per assicurare appoggio e calore umano ai malati ricoverati nelle strutture ospedaliere, per alleviare sofferenza e solitudine.

venerdì 25 luglio 2008

Foto Mostra






Vernissage della mostra
"Percorsi Alchemici",
nel Chiostro di San Michele, a Taranto,
la sera del 12 luglio 2008

Extra n. 28

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lunedì 7 luglio 2008

Extra n. 25

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